meditazioni

Cose mai viste! Il rischio di dire quello che non c’è

Seconda domenica del T.O. – anno A

18 gennaio 2026

Is 49,3.5-6   Salmo 39   1Cor 1,1-3   Gv 1,29-34

«Dio mandò un uomo che si chiamava Giovanni

Dio non poteva esser visto: 

per questo fu accesa la lampada.

Vi fu un uomo di nome Giovanni.

La luce di Cristo era troppo forte 

perché occhi cisposi potessero riceverla, 

e fu data come aiuto per loro una lampada 

che desse testimonianza della luce».

Sant’Agostino, Discorso 379,5

La vita come processo

Nella vita abbiamo a volte la sensazione di essere sotto processo – e a volte effettivamente lo siamo – senza sapere di cosa siamo accusati. Si moltiplicano i giudizi, le condanne, i processi sommari. Spesso avvengono anche nei luoghi dove non avremmo immaginato, dove pensavamo di essere persino protetti o voluti bene. Accadeva così anche a Josef K., protagonista del romanzo di Kafka, che si intitola proprio Il processo: un giorno il signor K. viene prelevato dalla polizia, ma non scoprirà mai di cosa sia stato accusato. Persino coloro che dovrebbero aiutarlo, come il suo avvocato, partecipano, forse involontariamente, a questo gioco dell’ambiguità. Tutti parlano, ma nessuno farà mai riferimento all’accusa. 

Siamo tutti dentro questo grande processo che è la storia, e in questo processo dobbiamo allora decidere però quale ruolo vogliamo giocare. L’immagine del processo e del ruolo che siamo chiamati ad assumere è una possibile chiave per leggere l’intero Vangelo di Giovanni, a cominciare dal brano che ci viene proposto questa domenica.

Vedere e testimoniare

Ci sono infatti due verbi che rappresentano i fuochi di questo testo evangelico: vedere e testimoniare.

Se prestiamo attenzione ai verbi usati per indicare le diverse sfumature del vedere, ci accorgiamo che il testo del Vangelo di questa domenica delinea un cammino: nel v.29 il vedere (blepein) è un vedere fisico; mentre al v.32 theomai esprime l’atto di osservare, contemplare; al v.34 troviamo invece il perfetto di orao, è avvenuta una conoscenza interiore che permette di trovare, portando a compimento la ricerca.

Giovanni Battista ci insegna a correlare in modo opportuno il vedere e il testimoniare: puoi testimoniare, cioè puoi parlare, se hai visto, altrimenti le tue parole sono chiacchiere, fantasie, diffamazioni. Puoi testimoniare non solo se hai visto, ma se hai compreso interiormente il senso di quello che hai visto. E, se hai visto, sei responsabile, sei convocato, sei chiamato a testimoniare. Hai una responsabilità alla quale non ti puoi sottrarre. 

Il proprio posto

Giovanni Battista sa discernere per trovare quale sia il suo posto: sa mettersi da parte. Egli è il testimone. Non tocca a lui giudicare, non tocca a lui mettersi al centro dell’attenzione, è l’amico dello sposo, non lo sposo. 

Gesù è colui che gli sta davanti (v.30): Giovanni testimonia in suo favore, perché la testimonianza è anche e soprattutto per aiutare, per far crescere. Solo chi è onesto e vuole veramente il bene dell’altro o è interessato sinceramente alla giustizia, è capace di farsi anche da parte, non si mette al centro, non cerca protagonismi.

Il genitore e l’amico sanno bene quanto sia importante a volte farsi da parte perché l’altro possa emergere, senza soffocare, reprimere, fare ombra.

Sapere quello che si dice

Giovanni Battista non si lascia andare alle chiacchiere e non fa allusioni: fin quando non conosce, non parla (io non lo conoscevo, v.33), parla solo dopo aver conosciuto, si è informato, ha fatto esperienza, ha riflettuto.

Giovanni arriva a indicare Gesù come l’agnello (v.29) perché ha visto il suo modo di vivere, ci ha pensato, ha riflettuto: si è reso conto che la vita di Gesù è per altri. Gesù gli ricorda l’agnello della cena pasquale, l’agnello che viene ucciso al nostro posto, ma è anche l’agnello che viene mandato nel deserto, carico dei peccati del popolo, come gesto di espiazione. Giovanni Battista ha già visto ciò che Gesù porterà a compimento: il profeta vede nel presente lo sviluppo della storia.

Non sempre invece le nostre parole sono coerenti con quello che abbiamo visto. Non sempre ci fermiamo a riflettere su quello che abbiamo sperimentato. Spesso i nostri giudizi sono invece temerari o fantasiosi.

Pregare 

In questo cammino che lo porta a diventare testimone, Giovanni Battista ha contemplato, ha pregato. C’è stato un dialogo con Dio: proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse…(v.33). È stato un dialogo vissuto alla luce della Parola: lo Spirito ha permesso a Giovanni Battista di riconoscere in Gesù il compimento della promessa. 

Forse se anche noi portassimo i nostri pensieri e le nostre opinioni all’interno della preghiera, dialogando con Dio, riusciremmo a vedere con più chiarezza come stanno veramente le cose. Dai nostri pensieri derivano spesso le nostre azioni e molte volte sono azioni senza discernimento. Siamo chiusi nella trappola delle nostre idee: il termine ‘idea’ ha a che fare, etimologicamente, proprio con il nostro vedere soggettivo.

Responsabilità

La nostra vita parla sempre: con i nostri gesti, con i nostri silenzi, con i nostri sguardi, noi parliamo. La nostra vita è inevitabilmente una testimonianza: stiamo sempre dicendo qualcosa, e ne siamo responsabili. È pericoloso dover tornare ogni volta a giustificarsi dicendo…ma io non volevo dire questo! Ecco perché occorre esprimersi con prudenza, non solo con le parole, ma ancor di più con le scelte che facciamo, altrimenti, mentre pensiamo di essere testimoni o giudici, ci accorgiamo improvvisamente di essere diventati imputati. 

In questa domenica siamo invitati a riflettere sul valore della testimonianza, ma potrebbe anche essere l’occasione per chiedere perdono per tutte le volte che ci siamo lasciati andare al pettegolezzo, alle insinuazioni, ai giudizi superficiali, di tutto questo infatti un giorno dovremo comunque renderne conto.

È fondamentale allora arrivare a parlare solo dopo aver visto e aver meditato per diventare testimoni credibili e costruttivi. 

  • Il tuo modo di parlare è frutto di preghiera e riflessione o ti lasci andare al pettegolezzo e alle insinuazioni?
  • Quale ruolo assumi più di frequente nelle situazioni della vita: l’imputato, il giudice, il testimone…?

2 commenti

  1. Leggere questo scritto mi porta a fare l’esame di coscienza. Spesso soffro per le parole “gratuite” che feriscono, offendono la dignità dell’essere. Le volte che sono parte in difetto sento subito un peso che mi spinge ad ovviare, a chiarire.

    Papa Francesco parlava spesso del veleno del chiacchericcio. Sono frustate, fanno malissimo certe parole lanciate senza alcuna riflessione.

    Gesù… con la Dolcezza dei Tuoi Sguardi Avvolgenti, Accoglienti, con le Tue Parole ad hoc, a misura per ognuno, con i Tuoi Silenzi che toccano l’Anima, con la Tua Mano che accarezza, con l’Autorevolezza che segna in modo attivo…..Insegnaci Tu.

    Perchè si sbaglia così tanto con le parole? Perchè non ci si immedesima nell’altro, nella sua storia.

    Parlare dovrebbe essere innanzitutto ascoltare.

    Papa Francesco, diceva di rispondere al chiacchericcio con il silenzio e la preghiera. Il silenzio mi viene da sempre spontaneo, pregare per l’altro un pò meno nel momento in cui mi sento ferita.

    Prego allora per la comunicazione reciproca, spronando me stessa a “guardare negli occhi l’altro” sempre e ad invitare con il silenzio l’altro all’ascolto reciproco.

    Le Parole che siano Musica per il cuore, per l’Anima…..tanta Dolcezza mi pervade pensando a Gesù.

    Con la Parola Tu trasformi ogni mancanza dell’altro in Amore, perchè Tu conosci ogni piccola ruga di chi Guardi…..camminiamo insieme Amico Gesù., Donami la giusta lunghezza del respiro prima di emettere suoni/parole e la capacità di pregare anche le volte che mi sento ferita dalla mormorazione.

    Cristina

  2. Credo che ognuno di noi possa trovarsi nelle relazioni quotidiane ora imputato, ora giudice, ora testimone. A seconda del contesto, del tipo di relazione e di livello. Questo puo’ considerarsi normale, in base ai ruoli che si ricoprono. Certo e’ che diventa differente se il piano di cui si parla e’ di fratelli di un unico Padre. Ed anche li la Parabola del Figliol Prodigo rende l’idea. E’ difficile discernere ed essere sempre “giusti” con il nostro prossimo. Ci si prova, affidandosi a Lui, perche’ il Suo Spirito ci guidi nelle nostre azioni.

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