Santissima Trinità – anno A
31 maggio 2026
Es 34,4-6.8-9 Dn 3,52-56 2Cor 13,11-13 Gv 3,16-18
«Che cosa dunque diremo di Dio, fratelli?
Sant’Agostino, Discorso 52,vi,16
Se infatti ciò che vuoi dire lo hai capito, non è Dio.
Se sei stato capace di capirlo,
hai compreso una realtà diversa da quella di Dio.
Se ti pare d’essere stato capace di comprenderlo,
ti sei ingannato a causa della tua immaginazione».
Il mistero dell’amore
L’amore ci interroga sempre. Ci chiediamo se l’altro ci ami davvero. Ci interroghiamo su cosa possiamo fare per esprimere il nostro amore. Ci lamentiamo, magari, perché non ci sentiamo amati abbastanza. Per quanto ci sforziamo di ricondurre l’amore a una definizione, qualcosa ci sfugge sempre, ma questo non deve sorprenderci, perché l’amore è fatto di relazioni, di persone che si incontrano, di cuori che si cercano e a volte si feriscono.
La vita non si lascia trattenere nei concetti, ma eccede, straborda, sconfina. E già qui cominciamo a scoprire qualcosa di Dio, perché quella trinità, che oggi celebriamo, è proprio l’immagine dell’amore, è la dinamica dell’amore vero e pieno. Non si può amare veramente se non in un modo trinitario. Dio ci ha dato la possibilità di amare così, nel momento in cui ha impresso in noi la sua immagine. Siamo fatti per amare in modo trinitario. Cerchiamo allora di capire meglio, per quanto possibile, cosa voglia dire questo movimento dell’amore attraverso i testi che la liturgia ci propone.
L’amore è un incontro
L’amore è innanzitutto un incontro. Occorre convergere per amarsi, anche a partire dalle proprie differenze. Nel testo dell’Esodo, infatti, riconosciamo due direzioni: da una parte Mosè si alza e saleverso il monte, luogo e simbolo della presenza di Dio, dall’altra Dio scende nella nube, simbolo della presenza misteriosa del divino. Ricerca e mistero si avvicinano nella misura in cui possono. L’umanità si solleva proprio nel desiderio di andare verso Dio e questo movimento permette all’uomo di salire, trasformandosi sempre di più in colui che è amato. Dall’altra parte, Dio scende: è il movimento dell’incarnazione, è il movimento dell’amore dell’amante che desidera avvicinarsi all’amato. Dio non rimane in un’imperturbabile distanza o in un’arrogante indifferenza, ma scende, rinuncia, si abbassa. È il movimento dell’amore.
L’amore lascia il segno
Mosè ha in mano le tavole di pietra: Dio scrive nella dura cervice dell’uomo, incide la sua parola scalfendo la durezza del cuore umano. L’amore non si arrende davanti alla durezza del cuore dell’amato. L’amore lascia il segno. Su quella pietra è inciso il desiderio di Dio di incontrare l’uomo nell’amore. Sono scritte le parole necessarie per confidarsi l’amore. Una via per restare nella relazione.
Dio dice infatti a Mosè il suo nome, attraverso aggettivi che si riconducono alla pienezza complessa dell’amore: misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà. Questa sovrabbondanza resta per noi la meta, il confronto, il parametro. È su questa pienezza che siamo chiamati a misurare il nostro amore, scoprendo l’incommensurabilità che ci spinge a scendere sempre di più nel mistero profondo dell’amore.
Amare è dare
La rivelazione biblica e l’insegnamento teologico ci hanno aiutato a comprendere in che senso questo amore si traduca nella dinamica trinitaria.
Parlando a Nicodemo, come leggiamo nel passo del Vangelo di Giovanni, scelto per questa domenica, Gesù dice: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio». L’amore è tale perché straborda, non può essere trattenuto, l’amore è sempre un dare. La dinamica trinitaria esprime dunque questo amore incontenibile tra il Padre e il Figlio che si dona fuori di sé nello Spirto santo.
La matematica dell’amore
Ecco perché l’amore vero non può essere referenziale: l’Uno non può essere il numero dell’amore (persino Plotino si era trovato davanti a un problema, partendo dall’Uno, aveva dovuto comunque trovare un modo per spiegare la relazione con il mondo). Molto più banalmente ci rendiamo conto che nella solitudine non sperimentiamo mai veramente l’amore, sentiamo che ci manca qualcosa. Anche il narcisista si illude soltanto di amarsi e non si rende conto che quel ripiegamento su di sé fa male a lui stesso e alle persone che manipola come strumenti di gratificazione.
Ma l’amore non è neanche quello della coppia chiusa in sé: non è il due il numero dell’amore, perché in questa dinamica si crea competizione e avversione o al massimo un amore stagnante che prima o poi lascia insoddisfatti. L’amore vero genera, sente il bisogno di darsi, chiede condivisione. Ecco perché l’amore pieno può solo essere trinitario.
La creatura è imago trinitatis, immagine della trinità, come dice sant’Agostino, proprio in questo senso: noi siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo chiamati ad amare con un amore trinitario.
Leggersi dentro
- Come descriveresti il tuo modo di amare?
- In quali relazioni senti di vivere un amore trinitario?
