Ventitreesima domenica del T.O. anno A
6 settembre 2026
Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20
«C’è però una gran differenza
Sant’Agostino, Discorso 82,2.2
tra il peccato di chi s’adira
e la crudeltà di chi ha l’odio.
Noi infatti ci adiriamo
anche con i nostri figli,
ma ove si trova uno che odia i figli?
Perfino tra le bestie la giovenca madre talora,
quando è arrabbiata per qualche noia,
allontana dalle poppe il vitello,
ma lo ama mossa dall’istinto materno»,
Tempo di attesa
Quando qualcuno sbaglia con noi, di solito tendiamo a chiuderci oppure meditiamo vendetta, magari aspettiamo che sia l’altro a venire da noi per chiederci scusa e fare pace. Ma nel frattempo cosa succede? Cosa avviene in questo tempo di attesa che potrebbe anche non finire mai? Accade che il rancore, la delusione, il dolore si incancreniscono dentro di noi. Non c’è nessuno che ci guadagni in questo tempo morto, in cui siamo come eserciti in trincea che aspettano le mosse del nemico.
Tempo favorevole
Forse però possiamo trasformare questo tempo in un tempo favorevole, cercando di costruire percorsi di riconciliazione che fanno bene prima di tutto a noi stessi, perché ci liberano dall’accumulo del male dentro di noi, ma fanno bene anche alla comunità, cioè ai contesti che abitiamo, perché il male è pervasivo e quando una relazione di spezza, il male si riversa in tutti gli angoli della vita.
Il conflitto
Il Vangelo di questa domenica ci ricorda che il conflitto è presente fin dall’inizio nella comunità cristiana. Il conflitto fa parte delle relazioni umane. Il conflitto può essere un’occasione di crescita, perché evidenzia una crisi nella relazione. Il conflitto dice che non si può andare avanti così. C’è un bisogno di cambiamento.
Giustizialismo
Il rovescio della medaglia del cammino di riconciliazione è il giustizialismo, sempre più dilagante anche negli ambienti ecclesiali. Il giustizialismo è il tentativo di mettersi a posto la coscienza, l’ansia di dimostrare agli altri che siamo insospettabili, il desiderio di mettersi sul petto la medaglia del bravo ragazzo. E tutto questo trova purtroppo anche un riconoscimento sociale, che inasprisce questi comportamenti decisamente antievangelici. Il giustizialista passa il tempo nella ricerca di prove da esibire contro il malcapitato, cerca testimoni per comprovare le sue tesi, arriva a mettere l’altro alla berlina senza tener conto della dignità violata.
Dare tempo
Al contrario Gesù ci suggerisce di dare tempo, ci chiede di imparare ad aspettare il cambiamento dell’altro, ci invita a costruire un percorso fatto di tappe che hanno lo scopo di aiutare chi eventualmente ha sbagliato a prendere consapevolezza del suo errore. L’idea di fondo è che Dio non vuole mai la distruzione del peccatore, ma che si accorga dell’errore e ritorni nella comunità.
L’incontro personale
Il percorso indicato dal Vangelo è fatto di tappe, si tratta di un cammino progressivo: in primo luogo occorre salvare la dignità dell’altro e avere il coraggio di incontrarlo personalmente. Ma già su questo facciamo fatica: si tratta di guardare l’altro negli occhi. Non sempre abbiamo voglia di guardare l’altro in faccia, perché abbiamo paura di scoprire nel suo volto anche i nostri limiti e le nostre responsabilità. Preferiamo inviargli ingiunzioni di pagamento. Chiediamo a un avvocato di farlo al posto nostro. Ci tiriamo indietro davanti al confronto, perché abbiamo paura di perdere. È lì che si sgretola la nostra verità.
Il ruolo dei testimoni
Se nonostante questo incontro personale, l’altro non si rende conto del suo errore, possiamo chiedere ad altri di aiutarci: non perché ci aiutino nell’accusa o a trovare indizi, ma perché ci consentano di costruire un cammino di riconciliazione. Di solito invece i nostri alleati sono cavalier serventi, persone che vogliono guadagnarci qualcosa e ci fanno un favore. Poi ci presenteranno il contro. Non sono questi i testimoni di cui ci parla il vangelo. Gesù ci suggerisce di collaborare con persone di pace, capaci di mediare nelle relazioni, persone che hanno a cuore il bene della comunità.
Il ruolo della comunità
Se anche questo tentativo di riconciliazione fallisce, allora portiamo la relazione davanti alla comunità per mettere in luce le conseguenze ultime del conflitto. Spezzare la relazione significa spezzare la comunione. Il conflitto ricade sulla comunità che è responsabile di tutti i suoi membri. Se questo tentativo fallisce, vuol dire che la persona si mette fuori dalla comunità: non è messa fuori, ma sceglie di andarsene.
La comunione
Lo scopo dunque non è quello di eliminare le mele marce, ma di salvaguardare la comunione. Non si tratta di preservare l’immagine patinata della comunità, ma di prendersi cura delle relazioni. Siccome è più facile sfrondare i rami che prendersi cura dell’albero, la moda del giustizialismo ha gioco facile.
La comunione nella comunità crea lo spazio per la presenza di Dio. Se ci accorgiamo che Dio non ci ascolta più, dovremmo allora chiederci se siamo comunità unite, comunità che pregano, comunità che tutelano e costruiscono la comunione.
Leggersi dentro
- Sai dare tempo a chi ha sbagliato nei tuoi confronti?
- Sei una persona che costruisce comunione o cerchi di farti giustizia come puoi?
