meditazioni

Quello che tutti si aspettano da me. Come smettere di vivere le attese di nostra madre

Meditazione sul Vangelo

della XXXIV domenica del T.O. anno C

Nostro Signore Gesù Cristo

Re dell’Universo

20 novembre 2016

Lc 23,35-43

Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Benedetto XVI

 

Uno dei classici insegnamenti che le mamme ci consegnano da bambini è pensa a te, bada a te stesso, guardati le tue cose. E così cresciamo con la convinzione che per accontentare la mamma che continuiamo a portare dentro di noi dobbiamo fare di tutto per non distogliere l’attenzione da noi stessi. Di conseguenza lottiamo strenuamente contro la paura che qualcuno ci possa fregare. A volte non perché siamo interessati veramente alla posta in gioco, ma semplicemente per non deludere l’immagine della mamma che si è sedimentata in noi. In ogni situazione, soprattutto nelle situazioni di pericolo, scatta immediatamente il comando interiore: salva te stesso! Pensa prima a te!

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Spesso ironizziamo sui sogni delle bambine che fin da piccole immaginano di diventare regine: loro, almeno, hanno il coraggio di confessarlo! Senza dirlo, invece, i maschi si convincono da subito di essere i padroni non solo della propria vita, ma anche di quella degli altri.

È proprio così che diventiamo preda dell’angoscia: non solo siamo ossessionati dalla custodia del nostro io, dalla difesa del nostro privilegio, dalla cura paranoica della nostra immagine, ma ci accorgiamo anche che per quanto ci sforziamo non siamo mai padroni di noi stessi. Persino Freud ci aveva avvertito: non siamo padroni neppure a casa nostra, perché la nostra interiorità è abitata da ospiti che non abbiamo invitato e che spesso prendono decisioni al posto nostro.

La tentazione di salvare me stesso, di pensare prima di tutto a me, percorre tutta la nostra vita e ritorna soprattutto nei momenti in cui siamo più deboli. Non a caso proprio questa tentazione accompagna tutta la vita di Gesù e ritorna nei momenti di debolezza. Questo passo del Vangelo può essere compreso infatti solo alla luce del capitolo quarto di Luca, dove Gesù è spinto dallo Spirito nel deserto per restarvi quaranta giorni.

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È l’immagine di un tempo in cui Gesù deve decidere di se stesso. Questo tempo nel deserto è collocato da Luca immediatamente dopo il battesimo, dopo cioè che Gesù ha accettato la missione che il Padre gli affida. Ma prima di iniziare il suo ministero, Gesù deve mettersi davanti a se stesso e decidere che tipo di Messia vuole essere, anche rispetto alle diverse attese presenti in quel tempo intorno alla figura del Messia.

Proprio lì Gesù viene tentato di pensare prima di tutto a se stesso: perché spendere la vita per gli altri? perché rischiare di morire per chi non lo capisce? Potrebbe trasformare le pietre in pane, ha fame, nessuno lo vedrebbe, ne è capace, perché non farlo? Perché non pensare prima alla sua fame e poi a quella degli altri?

Gesù decide invece di non pensare prima a se stesso, mangerà quando mangeranno gli altri, insieme a loro. Ma proprio perché quella tentazione accompagna tutta la nostra vita, il tentatore dice che tornerà al momento opportuno. E il momento opportuno è quando siamo più deboli. Nell’orto degli Ulivi e poi sulla croce, la tentazione di salvarsi ritorna.

Ed è il modo comune di pensare: tutti gli dicono di pensare a lui. Salva te stesso è il buon senso, è quello che tutti si aspettano da te. Il popolo, i capi politici, i soldati sono le fonti del nostro riconoscimento, sono le attese degli altri a cui ci sforziamo di rispondere, credendo di essere liberi, è la mamma che ci portiamo dentro.

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E così il mondo che continuiamo a costruire è un mondo di individui che pensano a salvare ciascuno se stesso.

Il messaggio di Gesù terrorizza le mamme e inquieta la mamma che abbiamo interiorizzato in noi: solo chi perde la propria vita…come il chicco di grano che muore per dare vita…come il sale che scompare e la luce che si consuma.

Si diventa Re della propria vita solo quando si è capaci di vincere la paura di morire, si diventa Re solo quando non siamo più schiavi del nostro io, si diventa Re solo quando non dobbiamo per forza salvare prima di tutto noi stessi.

In questo testo del Vangelo Gesù non salva se stesso, ma salva un altro: oggi sarai con me in Paradiso. Solo la cura per un altro ci salva dalla schiavitù del nostro Io e ci fa diventare veramente Re. Gesù è Re in questo atto di misericordia in cui riesce a mettere l’altro prima della preoccupazione per se stesso. L’altro è un mal-fattore: ma chi di noi non lo è? Chi di noi non è colui che fa il male? Ma io sono anche l’altro mal-fattore che talvolta ancora si rifiuta di essere salvato, pensando di potercela fare da solo.

 

Leggersi dentro

–          È ancora vivo quell’invito a pensare prima a te stesso?

–          Cosa vuol dire per te essere padrone della tua vita?

6 commenti

  1. Signore non so più neanche qual’è la mia vita. Aiutami a discernere quando parlare e quando tacere, quando agire e quando osservare. Insegnami a fare silenzio dove non vuoi che io intervenga e donami la forza di agire per la tua giustizia e la tua verità. Nulla è come appare.

  2. Penso prima agli altri e questa è sempre stata la mia salvezza. La mia forza e
    è bastare per il mio tempo, con lo sguardo sfuocato sui tempi che verranno.

  3. In questi giorni stavo proprio riflettendo su questo: io nella mia vita mi sono sempre spesa per gli altri. Anche quando si trattava di pregare solamente, io l’ho fatto. Mi sono caricata sulle spalle i problemi degli altri.
    Lo so che quello che stò per dire forse è un pò diverso dal messaggio di Gesù, ma tirando le somme, mi accorgo di non aver ricevuto lo stesso trattamento dalle persone a cui ho dato aiuto. Ho dato amicizia, ho dato ascolto, ho dato amore e mi sarebbe piaciuto riceverne anche io, anche solo un pochino. Invece mi accorgo che non è così e la cosa mi fa, onestamente, un pò male, soprattutto perché non mi sarei aspettata disinteresse da parte delle persone a cui ho dato e che amo. E giusto giusto ieri, stavo dicendo tra me e me che sarebbe ora di iniziare a pensare anche a me. Ma so per certo che non riuscirei a dire di no.
    Poi ho letto questo post ed ora mi sento confusa, anche se non è il termine giusto, forse.
    Grazie per chi vorrà darmi un “consiglio”.
    Dio vi benedica.

  4. E’ difficile essere padrone della propria vita quando la spendiamo preoccupati delle attese degli altri a cui ci sforziamo di rispondere.
    Hai ragione P. Gaetano quando dici che solo la cura per un altro ci salva dalla schiavitù del nostro Io.
    Prego Iddio che mi dia la forza del suo Spirito per fare realtà il desiderio di liberarmi del proprio io.

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