Non ci speravo più… Le promesse ci aiutano a vivere?

Meditazione

per la Solennità della natività

di San Giovanni Battista

24 giugno 2018

Lc 1,57-66-80

«L’amante, per aver quel che desia, | senza guardar che Dio tutto ode e vede, |

aviluppa promesse e giuramenti, | che tutti spargon poi per l’aria i venti».

Ariosto, Orlando furioso

 

La nostra vita è fatta di promesse mancate. Promesse che facciamo a noi stessi e che non riusciamo a mantenere, promesse che però ci aiutano a vivere, ci danno slancio, ci danno una meta. Promesse spesso dimenticate, promesse di cambiamento. Ma ci sono anche promesse di cui diventiamo schiavi, come la promessa di odiare, la promessa di non rivolgere più la parola, la promessa di non perdonare.

omaggio feudale

E ci sono poi le promesse quotidiane, la promessa di rivedersi, la promessa di pregare per chi ne ha bisogno, la promessa di aiutare qualcuno alla prima occasione. Se la luna è piena di cose dimenticate, come cantava Ariosto nell’Orlando furioso, allora deve essere piena anche delle nostre promesse.

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La promessa è un impegno da onorare, è mettere l’altro davanti a sé per averlo presente. L’amore è sempre una promessa: mi impegno a ricordarmi sempre di te. Forse per questo e forse in questo senso, dobbiamo capire il modo in cui Dio si presenta nella Bibbia: la relazione tra Dio e il popolo, tra Dio e l’umanità è segnata da una promessa. Dio si presenta come colui che si compromette per Israele.

La promessa richiede un tempo. E i tempi di Dio non sono i nostri. Nella Bibbia, come anche nella nostra vita, sembra a volte che Dio si sia dimenticato di noi. Anzi, noi stessi ci dimentichiamo la promessa che Dio ci ha fatto.

Proprio quando ci sentiamo sterili e senza speranza, come Elisabetta, Dio giunge in maniera straordinaria a dare compimento alla sua parola. Elisabetta è proprio quell’umanità incapace di portare frutto, quell’umanità che comprende di non poter più contare solo sulle proprie forze. Elisabetta non riesce a generare, cioè non riesce a immaginare un futuro, proprio come questo nostro tempo, in cui i figli hanno dimenticato le promesse e non trovano più ragioni per vivere.

Elisabetta

Ed è ancora più triste quando questa mancanza di speranza avvolge e segna la Chiesa. Forse non c’è nulla di più drammatico di una fede senza speranza, proprio come la fede di Zaccaria, che pur trovandosi alla presenza del sacro, come sacerdote del Tempio, vive la religiosità come una ritualità vuota.

Il cuore di Zaccaria è vuoto. La Parola non gli dice più niente. Zaccaria ha smesso di credere alle promesse di Dio. Ha deposto la speranza. La vita andrà ancora avanti fino a quando sarà risucchiata nel baratro del nulla. Zaccaria sente la Parola, ma quella Parola non dice più nulla alla sua vita.

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Zaccaria è chiamato a riflettere e per capire occorre il silenzio. Zaccaria sarà muto, affinché non si perda nelle sue parole, ma ascolti la promessa. Come Elisabetta partorirà nonostante la sua vecchiaia e nonostante la sua sterilità, così Zaccaria, pur diventato muto, sarà padre di colui che è la Voce. Dio si presenta sempre in maniera paradossale, non è mai scontato. Il paradosso umano mette in luce a maggior ragione la presenza e l’opera di Dio.

E come Zaccaria è invitato al silenzio per meditare, così dopo sarà chiamato a lodare per raccontare la sua esperienza di Dio. Il silenzio e la lode, custodire e annunciare, sono le tensioni che la nostra vita è chiamata ad attraversare. E infatti anche la vita di Giovanni, il Battista, sarà una ricerca per imparare a stare in questa tensione: Giovanni abita nel deserto eppure predica, il luogo del silenzio diventa lo spazio della parola, il luogo dell’isolamento diventa l’occasione della relazione.

Giovanni Battista

C’è un capovolgimento della storia: quella vita che prima sembrava inutile, incapace di generare e senza futuro, adesso diventa memoria e profezia. La lingua di Zaccaria si scioglie per fare memoria dell’opera di Dio nella sua vita: la parola ritrovata ha una sua pienezza, uno scopo, un valore. Non è una parola inutile o casuale. Ma quella parola diventa anche profezia: Giovanni è il compimento di una promessa antica. Dio non si è dimenticato di noi. Giovanni è il futuro. È dunque vero che Dio si era impegnato con noi e non ci ha dimenticato.

Ma la parola di Zaccaria diventa anche benedizione. Di quella benedizione, Zaccaria vede per ora solo il germoglio, eppure piuttosto che lasciarsi prendere dalle paure sul futuro di quella benedizione che nasce, Zaccaria si radica nella certezza che il Signore accompagna la sua vita.

Spesso trasformiamo la nostra vita nel tempo dell’ansia e del lamento, ci preoccupiamo di quello che non c’è ancora e non diamo spazio alle possibilità che ci sono già. Zaccaria trova nel figlio il segno della benedizione di Dio, quel segno che forse troppo facilmente smettiamo di cercare.

 

Leggersi dentro

–          Quanto riesci a essere fedele alle promesse che fai a te stesso e agli altri?

–          Quali segni di benedizione trovi nella tua vita?