Undicesima domenica del T.O. anno A
14 giugno 2026
Es 19,2-6 Sal 99 Rm 5,6-11 Mt 9,36-10,8
«E noi che cosa siamo?
Sant’Agostino, Discorso 229/E, 4
Suoi ministri, suoi servitori;
perché non è nostro,
ma tiriamo fuori dalla sua dispensa quanto distribuiamo a voi.
E anche noi viviamo di essa, perché siamo servi come voi»,
Stanchi
Capita sempre più spesso di incontrare persone stanche! Quella stanchezza fisica, però, potrebbe essere solo il sintomo di una stanchezza interiore. Si tratta forse di una fatica più profonda: la fatica di affrontare ogni giorno la battaglia della vita. La lotta sembra sempre più dura, ci spaventa, ma soprattutto, in questa lotta, abbiamo la sensazione di essere soli. Ci sentiamo abbandonati. Il nostro desiderio, per quanto inconsapevole, è quello di essere visti. Desideriamo che qualcuno si prenda cura di noi.
Uno sguardo
La parola del Vangelo di questa domenica diventa allora profondamente attuale, perché Matteo ci presenta lo sguardo di Gesù che si accorge della stanchezza della folla. È inizialmente proprio una massa anonima, come per dire che quella sensazione di smarrimento ci accomuna tutti e fa parte dell’esperienza umana. Lo sguardo di Gesù trasforma la folla in un popolo, come già in passato era avvenuto sul Sinai, come racconta il libro dell’Esodo: tribù disperse diventano un regno!
Compassione
Dio non è impassibile davanti al dolore del mondo: Gesù sente compassione davanti alla nostra stanchezza. Il Signore, infatti, conosce il cuore dell’uomo. La compassione è il sentimento della vicinanza, che ritorna spesso nel Vangelo. Sente compassione chi è capace di distogliere lo sguardo da se stesso. Sente compassione chi è disponibile a entrare nella storia dell’altro. La compassione non può mai essere provata a distanza. Quella compassione è già il segno che il Regno di Dio è vicino.
Chiamati per nome
Lo sguardo di Gesù si fa talmente vicino che vede ognuno con il suo dolore, al punto da chiamarci per nome. È andato in mezzo alla folla e ha riconosciuto il volto di ciascuno. Sono nomi, quelli degli apostoli, che si portano dietro storie complicate, mondi diversi, culture in conflitto. E il vero miracolo è che il Signore li chiami a stare insieme. Gente imperfetta, discepoli improbabili, amici disagiati. È a loro, così come sono, in questa fatica di camminare insieme, che Dio affida il ministero dell’annuncio della sua presenza.
Un compito
Noi non siamo molto diversi. Gesù continua a chiamare nella storia, continua a chiamare noi, imperfetti, inadeguati, feriti e stanchi. Solo perché ci sentiamo visti e riconosciuti da lui, solo perché abbiamo sperimentato la sua compassione, possiamo anche essere inviati. Gesù affida cioè un compito, una missione, a ciascuno di noi. E questa missione è il senso della nostra vita. Si fida di ciascuno di noi. Quel potere di scacciare il male e di guarire le malattie è stato dato a ciascuno di noi quando siamo stati battezzati.
Le azioni
A ben guardare le azioni che descrivono la missione degli apostoli sono le stesse che compirà Gesù! Infatti, noi siamo chiamati semplicemente a portare avanti la sua opera. Quello che forse ci sorprende è scoprire che noi ne siamo capaci, sebbene molte volte non ce ne rendiamo conto. C’è in noi una grazia che tante volte non mettiamo a disposizione.
Siamo chiamati prima di tutto a predicare che Dio è vicino, cioè a condividere, non necessariamente con le parole, l’esperienza dell’amore che abbiamo ricevuto: i momenti in cui abbiamo fatto l’esperienza dalla compassione di Dio, quando ci siamo sentiti compresi, consolati, visti e riconosciuti per quello che siamo.
Siamo chiamati a guarire le malattie del nostro tempo, prendendoci cura di quelle ferite che segnano l’umanità di ciascuno di noi. Siamo feriti perché non ci siamo sentiti amati, non ci siamo sentiti ascoltati, capiti… La nostra presenza può essere balsamo sulle ferite di chi ci sta davanti.
Possiamo anche risuscitare i morti, perché spesso incontriamo chi ha gettato la spugna, chi ha smesso di vivere, chi non ha più speranza, chi non ha più desideri. Risuscitare significa allora aiutare a trovare un motivo per rimettersi in piedi e quel motivo, tante volte, è proprio la scoperta di non essere soli.
Siamo chiamati a purificare i lebbrosi, cioè ad aiutare le persone a rimettere insieme i brandelli della propria vita. Ci capita, infatti, di dire “sono a pezzi”. Sì, la vita ci spezza, il peso delle delusioni ci cade addosso, ed è lì che possiamo aiutare le persone a ritrovare i frammenti, cercando di ricucirli, provando cioè a trovare un senso a quello che accade.
Possiamo anche scacciare i demoni, allontanare il male: spesso, quello che dobbiamo scacciare, è un modo di pensare. I demoni prendono spesso la forma dei pensieri negativi, i pensieri che ci fanno vedere solo nero, i pensieri che vogliono toglierci il futuro e che ci fanno sentire insicuri.
Riconsegna
Questa missione è in fondo il senso della vita stessa: riconsegnare quello che gratuitamente abbiamo ricevuto. Non perché sia un dovere o un prezzo, ma perché è proprio la riconsegna che dà valore al bene ricevuto. Se siamo contenti di aver scoperto qualcosa di bello, desideriamo condividerlo con gli altri. Se crediamo in qualcosa, vogliamo che anche gli altri lo apprezzino. Solo se abbiamo fatto prima noi l’esperienza di questa compassione, saremo capaci di portarla agli altri. Solo in quell’esperienza di esserci sentiti chiamati per nome, si nasconde il tesoro che possiamo portare anche agli altri.
Leggersi dentro
- Quale risposta dai alla tua stanchezza?
- In che modo senti che stai portando avanti la missione di Gesù?
