meditazioni

Non cambio idea! Come rimanere prigionieri di se stessi

Meditazione per la

III domenica di Avvento anno A

15 dicembre 2019

«Si comprehendere potuisti, aliud pro Deo comprehendisti».

Agostino, Sermo 52

Idee e idoli

Quando ci facciamo un’idea di qualcuno, diventa difficile modificarla. Cominciamo a rileggere ogni avvenimento e ogni parola alla luce dell’idea che abbiamo in testa. Di solito affibbiamo etichette alle persone, definiamo, inquadriamo, e tutto questo ci permette di muoverci in maniera semplificata nell’universo delle relazioni e degli avvenimenti. Se qualcuno prova a mettere in questione la nostra idea, tentando di farci vedere anche altri aspetti che forse non abbiamo considerato, diventiamo feroci, ci arrabbiamo, non vogliamo più ascoltare. È una dinamica che sperimentiamo non solo nella vita personale, ma ancora di più nella politica e nella vita sociale. La nostra idea diventa il nostro idolo, a cui siamo pronti a sacrificare la verità: preferiamo salvare il nostro idolo mentale piuttosto che riconoscere come stanno veramente le cose.

Non a caso, forse, la parola idolo ha a che fare con idea. Sì, perché spesso gli idoli a cui siamo maggiormente attaccati e sottomessi sono proprio le nostre idee. Si chiamano pregiudizi, convinzioni, ma anche fissazioni e ossessioni. È l’olimpo della nostra mente a cui prestiamo un culto quotidiano. Ma la parola idea, a sua volta, ha a che fare con il verbo vedere. L’idea è una visione interna. E proprio lì sta il rischio: quando ci chiudiamo nella nostra idea, non vediamo più quello che sta avvenendo fuori: neghiamo la realtà.

La speranza fa vedere

Le letture di questa domenica ripetono con insistenza il verbo vedere. Ci spingono a intraprendere un cammino di scoperta per fare verità. Un cammino che ci porta necessariamente fuori di noi stessi. Il profeta Isaia invita gli sfiduciati a guardare perché vedranno qualcosa di nuovo nella loro vita. La sfiducia, infatti, molte volte ci fa chiudere gli occhi, ci rende ciechi. La speranza al contrario è la capacità di vedere oltre: anche laddove adesso c’è un deserto, la speranza ci permette di vedere una strada.

Anche l’agricoltore, dice la Lettera di Giacomo, vede con gli occhi della speranza: il frutto non c’è ancora, ma già lo vede!

Fare esperienza

Quando ci chiudiamo nelle nostre idee, nelle nostre convinzioni e nei nostri pregiudizi, rischiamo di perdere anche la possibilità di un incontro autentico con Dio. La nostra idea diventa il nostro idolo. Per quanto teologicamente sottile possa essere, la nostra idea di Dio non è Dio. Gesù risponde ai discepoli di riferire a Giovanni Battista quello che hanno visto, cioè l’esperienza che hanno fatto, non l’idea che si sono costruiti. Gesù chiede loro cosa sono andati a vedere nel deserto, cosa hanno cercato. Chiede loro di rileggere l’esperienza che hanno fatto per imparare qualcosa di Dio. Andare a vedere è un invito a uscire dalle proprie precomprensioni per evitare di scambiare Dio con la nostra idea su Dio.

In fondo anche Giovanni Battista compie questo esodo. È in prigione, ma sa che la prigione più rigida e pericolosa è la nostra mente. Anche dal carcere, Giovanni cerca di vedere attraverso l’esperienza di altri per capire chi è il Signore che viene. Giovanni dunque è disposto a mettere in discussione la sua idea di Dio, quell’idea che ha persino predicato nel terzo capitolo di Matteo, ma che probabilmente ha bisogno di maturare ancora.

Mettersi a cercare

Dio è colui che viene nella storia, occorre andare a vedere, bisogna andargli incontro con le fiaccole accese. Dio non si lascia possedere. Non possiamo catturare Dio come si afferra un’idea: non possiamo com-prenderlo.

Giovanni Battista si lascia animare dal dubbio, non se ne vergogna. È proprio quel dubbio, che lo mette in ricerca. Quando invece la nostra idea diventa il nostro idolo, allora non cerchiamo più. L’assenza di dubbio è il segno dell’idolatria. La relazione con Dio è viva, dinamica, una continua ricerca: «Dammi Tu la forza di cercare – dice sant’Agostino nel De Trinitate – Tu che hai fatto sì di essere trovato». La gioia di aver trovato Dio, se veramente abbiamo incontrato Dio, ci spinge inevitabilmente a cercarlo ancora più profondamente!

Leggersi dentro

  • Sei disposto a mettere in discussione le tue idee o sono idoli intolleranti?
  • Quale spazio ha nella tua vita la ricerca autentica di Dio?

Versione originale su http://www.clerus.va

4 commenti

  1. Mi ricredo e sospendo il giudizio quando ascolto cio’ che l’altro mi porta e, se l’ho giudicato ingiustamente, sono pronta a rivedere ed ad approfondire le ragioni dell’altro. Capita anche a me di “contrappormi all’altro” con le mie esigenze. Per fortuna, prevale poi la capacita’ di accoglierlo. Cio’ che mi aiuta ad allontanarmi dai miei pregiudizi e’ il ri-affidarmi al suo Amore, che rimette le cose al loro giusto posto. Lui Armonizza tutte le parti e le ridefinisce in un senso completo del Tutto.

  2. Rappresento – se devo sperimentare quello che ho “visto”, il dato empirico dell’esperienza – non la mia ricerca ma la Sua attenzione nella mia vita; il Suo sparigliare carte ovvie, banali. Ed è quasi sempre il Suo irrompere a mettere in crisi letture stantie, quasi sempre le stesse.
    Questo non crea letizia, ma fatica. Fatica nel mettersi in discussione e cercare ancora.

  3. Quante volte mi domando se è Dio quello con il quale mi confronto? Non sarà un idolo? Non sarà la mia fervida immaginazione? Dio nessuno lo ha mai visto (Gv) e io forse invento idoli?
    E quanto di Dio c’è nelle persone della mia vita? Nessuno nella mia strada è passato per sbaglio…forse loro sono idoli divini messi sulla mia strada perché li incontri?
    Conosco la fatica di rapportarsi con il Signore, visto che curo le sue immagini..Dio nessuno lo ha visto ma sappiamo di un’Incarnazione. Ecco. Mi basta.

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